13 Jan

‘Il Grande Iran’ released in Italy

Prefaced by Mohammad Tolouei, "Il Grande Iran" was released in Italy.

[fruitful_sep]Bellissimi in un posto magnifico. Featuring Luciana Littizzetto nella stanza affianco e un pubblico coi fiocchi. Il Grande Iran è sbarcato a Torino con Giacomo Longi, Mohammad Tolouei, Karim Metref, 15940931_1331598433577804_4816802947241827889_nJacopo Rosatelli.

 

 

Il Grande Iran è sbarcato a Torino

Giuseppe Acconcia racconta “Il Grande Iran”

di Elisabetta Gatto / Caffé di Giornalisti:

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Un reportage, un libro di storia politica e sociale e un focus sull’attualità politica iraniana: “Il Grande Iran”, l’ultimo libro di Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore specializzato in Medio Oriente, è tutti e tre insieme. Il titolo scelto fa riferimento al progetto dell’ex presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, del Grande Medio Oriente da realizzare esportando la democrazia. Progetto che si è rivelato fallimentare e ha prodotto esattamente il contrario: il rafforzamento di un Grande Iran, un paese che mai prima di allora aveva cercato di tradurre il suo modello fuori dai confini nazionali.
Il libro ripercorre 200 anni di storia dell’Iran e le due grandi rivoluzioni, quella che ha portato il paese dal sistema feudale a quello parlamentare e dalla monarchia alla Repubblica islamica.
Oggi l’Iran è un paese strategico”, spiega Acconcia. “È fondamentale per la soluzione del conflitto in Afghanistan, della guerra in Siria (al tavolo delle trattative sulla crisi siriana accanto ai capi delle diplomazie di Usa, Russia, Arabia Saudita e Turchia sedeva anche il ministro degli esteri iraniano) e, ovviamente, in Iraq.”

Alla presentazione al Circolo dei Lettori di Torino, sono intervenuti, insieme all’autore, l’educatore e giornalista algerino Karim Metref e lo scrittore iraniano Mohammad Tolouei, che ha curato la prefazione: è stata l’occasione per parlare di un Iran lontano dagli stereotipi che lo vogliono sempre ammantato da un’aura di mistero e al tempo stesso per cercare di comprenderlo consapevoli della sua complessità.
L’Iran è un’isola di persiani circondata sostanzialmente da arabi, di sciti circondata da sunniti”, inizia così Karim Metref per decostruire l’immagine stereotipata di un Oriente come un tutto omogeneo, dove tutti sono arabi e musulmani. “Come algerino, mi sono sentito più spaesato in Iraq che in Italia!”
E racconta di come negli anni Ottanta rispetto all’idea diffusa dell’Iran come di un paese conservatore e oscurantista si era sorpreso scoprendo, grazie al reportage di un bravo giornalista algerino, che le donne di Teheran erano più libere di quelle di Algeri, o che la produzione culturale , così come la vita politica erano più vivaci e ricche che in Algeria.

L’Iran è dunque una società di oppressione o ci sono margini di libertà? “Da un lato, il controllo da parte dello Stato è capillare”, commenta Acconcia. “Mi è capitato durante un viaggio da Damasco a Teheran di vedere fermarsi il treno perché i passeggeri potessero scendere e recarsi a pregare. Ma ci sono al contempo anche ampi spazi di libertà. La stesso fatto che la donna non possa comparire sul palcoscenico a teatro se non in presenza di un uomo è la dimostrazione che si trova sempre un modo per aggirare i divieti. Oppure il fatto che nei film, visto che la donna non si può mostrare se non velata, anche in spazi domestici dove abitualmente non è richiesto l’uso del velo, si escogita lo stratagemma di un gran freddo,  è la prova che nella quotidianità si riesce a superare ogni imposizione.”
Una società, dunque, che per le sue contraddizioni risulta complessa da decifrare. “Capire l’Iran”, ribatte  Mohammad Tolouei, “significa capire la compresenza di più forze una accanto all’altra, che a volte lavorano insieme, altre si separano.”
Viene citato, a mo’ di esempio, la recente morte dell’ex presidente Rafsanjani: perché al funerale di un uomo che aveva fama di essere un ‘conservatore pragmatico’, ma anche spregiudicato, che è stato uno dei leader della rivoluzione islamica del 1979 e un collaboratore del fondatore della Repubblica islamica, l’ayatollah Khomeini, sono accorse tante persone? Forse perché Rafsanjani è stato anche uno dei mediatori, senza scoprirsi, dell’accordo sul programma nucleare iraniano raggiunto a Vienna nel luglio del 2015 tra l’Iran e le grandi potenze mondiali? O forse perché, come scrive Acconcia, “in Iran tutto è il contrario di tutto”.

Paradossalmente, prosegue Tolouei, con i conservatori al governo ci sono più limitazioni sul piano dei diritti civili, ma sul fronte culturale – perché interessa meno – ci sono meno divieti; quando invece sono i riformisti al potere ci sono meno pressioni sulla società civile, ma meno libertà sul fronte culturale.
Tradizionalismo e progressismo hanno una doppia faccia. La stessa rivoluzione islamica di Khomeini non era ispirata dalla tradizione, al contrario era molto moderna, influenzata piuttosto dalla teoria marxista della rivoluzione permanente.

E allora la rivoluzione iraniana si può considerare un modello per i movimenti che hanno ispirato le primavere arabe?
“Le primavere arabe sono fallite”, chiarisce Acconcia. “In Siria Assad si è rafforzato, in Egitto sono aumentate le violazioni dei diritti umani. Quale ha avuto successo in Medioriente? La rivoluzione islamica del 1979. Anche se poi è stata tradita, perché le aspirazioni dal basso, le voci di donne, studenti, operai sono state messe a tacere da Khomeini. La società civile iraniana è sempre stata più progressista dello Stato.”

Gli Iraniani, come fa notare Tolouei, si ritengono diversi dalle altre popolazioni mediorientali, in un certo senso superiori, perché convinti di avere alle spalle una storia millenaria mai interrotta: “Ma è un’illusione storica! E fa sì che siano sempre in cerca di un nemico da combattere. Innanzitutto gli arabi, responsabili di aver introdotto l’islam nel paese. Ma lentamente si sta realizzando il passaggio dalla liberazione dall’illusione al connettersi finalmente al mondo.”

Pubblicato: 16 gennaio 2017

06 Jan

Estate ’84

estate84

Tradotto in Italiano: Giacomo Longi | Internazionale 2015

Mi stavo facendo la barba nel bagno del treno in modo da arrivare a Isfahan pulito e ordinato. Fuori albeggiava, erano le cinque passate e in pochi minuti i mattinieri con la vescica piena avrebbero cominciato ad accalcarsi dietro la porta e a scuotere la maniglia. Mi sono spalmato la faccia di schiuma e ho voltato le spalle allo specchio. Ho l’abitudine di non guardarlo quando devo radermi. Ogni volta che lo facevo mi tagliavo, perfino con quei Gillette a tre lame con cui, in teoria, ferirsi è impossibile. Per sfottermi i compagni del servizio militare mi dicevano di andare alla sede della Gillette a ritirare il premio, che di sicuro ce n’era uno in palio per chi riusciva nell’impresa di tagliarsi. Fatto sta che se mi radevo guardandomi allo specchio mi toccava sempre tamponare tre o quattro punti del viso. Comunque mi stavo facendo la barba rivolto verso la porta, quando il rasoio si riempiva lo passavo sotto il getto del rubinetto e poi tornavo a dare le spalle allo specchio.

Allora ho visto la firma. Era incisa sulla vernice rossa della parete in vetroresina, in un punto così alto da far supporre che il suo autore fosse stato bello alto. Aveva scritto “Estate ’84 Ziyaoddin” e disegnato una sigla di cui si distinguevano le lettere ta e ayn, proprio come la sigla di mio padre, quella che usava per gli assegni. Mio padre aveva una firma per ogni occasione: una per l’ufficio, una per la burocrazia, una, più elaborata ed elegante, per gli inviti e gli auguri di buon anno e una per le faccende economiche cioè, per esempio, gli assegni. Ho stretto le palpebre, più che altro perché una goccia d’acqua mi era scivolata dal sopracciglio. Non c’era dubbio, la firma era la sua. Mi ha solo stupito che fosse arrivato fin lassù. Sarà montato sul lavandino in alluminio e avrà inciso la firma con le chiavi dell’appartamento di via Mariam, quello comprato grazie al piano abitativo di Banisadr e che all’epoca non avevamo ancora finito di pagare. Ho continuato a radermi dando le spalle allo specchio, senza staccare lo sguardo dalla firma di mio padre. Era tutta sbilenca, non ferma e sicura come sempre. Doveva averla fatta mentre il treno era in movimento, durante una fermata non sarebbe venuta così storta.

La maniglia ha traballato su e giù e qualcuno ha bussato. Anche se sulla porta campeggiava il segnale rosso tredi occupato, il tizio non mollava la presa. Poi, probabilmente spinto dall’incombenza fisiologica, ha sferrato un altro colpo, la porta si è aperta e lui è entrato. “Che diavolo combini?”, ha domandato seccato.
Avevo metà faccia piena di schiuma e impugnavo il rasoio, non c’era bisogno di rispondere. Ho sollevato il rasoio e l’ho passato sulla guancia. Il tizio non era né un controllore né il capotreno, e non doveva essere nemmeno un poliziotto in borghese. Indossava un giubbotto da aviatore americano. Io mi stavo solo facendo la barba nel bagno del treno…

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