italiano

madeindenmark 1170x658 - Made in Denmark [Italian]

Made in Denmark [Italian]

Made in Denmark [Italian] 2046 1820 logos

Vivevamo in una casa dove le porte erano chiuse. La porta della veranda era chiusa. La porta dello studio era chiusa. La porta a due battenti dell’ingresso era chiusa, ci avevamo messo davanti il divano americano. La porta del bagno era chiusa. La porta della cantina era chiusa. La porta del cesso in cortile era chiusa. La porta del solaio era chiusa. In primavera, autunno e inverno la porta del soggiorno era chiusa, non c’era gasolio per riscaldarlo. Rimaneva aperta solo d’estate. In soggiorno c’era un tavolo da ping pong dove io e mia madre ci sfidavamo. Per farmi arrivare al tavolo mi faceva salire su una brandina e cercava di non fare colpi troppo difficili. Mia madre aveva vinto il campionato delle studentesse iraniane e impugnava la racchetta alla cinese. Io, invece, giocavo all’europea. Vivevamo in un mondo dove le persone erano fedeli a un’ideologia anche per impugnare una racchetta. E io, fin dall’inizio, stavo con l’occidente.

I nostri stili erano agli antipodi. Mia madre tirava basso e stretto, io lungo. A me riuscivano meglio i sidespin, a mia madre i topspin. Nonostante mia madre avesse collezionato tutte quelle coppe, vincevo sempre io. Merito dello stile, il glorioso stile occidentale. Ma se mia madre giocava a ping pong seguendo i metodi asiatici, mio padre covava l’idea di trasferirci tutti quanti in Danimarca, un paese occidentale che però prevedeva agevolazioni economiche, indennità di disoccupazione e sussidi per i figli proprio come se facesse parte del blocco socialista. E per convincere mia madre a partire, ogni giorno a casa chiudeva sempre più porte…

Download (PDF, 4.49MB)

estate84 1170x658 - Estate '84

Estate ’84

Estate ’84 2046 1132 logos

Tradotto in Italiano: Giacomo Longi | Internazionale 2015

Mi stavo facendo la barba nel bagno del treno in modo da arrivare a Isfahan pulito e ordinato. Fuori albeggiava, erano le cinque passate e in pochi minuti i mattinieri con la vescica piena avrebbero cominciato ad accalcarsi dietro la porta e a scuotere la maniglia. Mi sono spalmato la faccia di schiuma e ho voltato le spalle allo specchio. Ho l’abitudine di non guardarlo quando devo radermi. Ogni volta che lo facevo mi tagliavo, perfino con quei Gillette a tre lame con cui, in teoria, ferirsi è impossibile. Per sfottermi i compagni del servizio militare mi dicevano di andare alla sede della Gillette a ritirare il premio, che di sicuro ce n’era uno in palio per chi riusciva nell’impresa di tagliarsi. Fatto sta che se mi radevo guardandomi allo specchio mi toccava sempre tamponare tre o quattro punti del viso. Comunque mi stavo facendo la barba rivolto verso la porta, quando il rasoio si riempiva lo passavo sotto il getto del rubinetto e poi tornavo a dare le spalle allo specchio.

Allora ho visto la firma. Era incisa sulla vernice rossa della parete in vetroresina, in un punto così alto da far supporre che il suo autore fosse stato bello alto. Aveva scritto “Estate ’۸۴ Ziyaoddin” e disegnato una sigla di cui si distinguevano le lettere ta e ayn, proprio come la sigla di mio padre, quella che usava per gli assegni. Mio padre aveva una firma per ogni occasione: una per l’ufficio, una per la burocrazia, una, più elaborata ed elegante, per gli inviti e gli auguri di buon anno e una per le faccende economiche cioè, per esempio, gli assegni. Ho stretto le palpebre, più che altro perché una goccia d’acqua mi era scivolata dal sopracciglio. Non c’era dubbio, la firma era la sua. Mi ha solo stupito che fosse arrivato fin lassù. Sarà montato sul lavandino in alluminio e avrà inciso la firma con le chiavi dell’appartamento di via Mariam, quello comprato grazie al piano abitativo di Banisadr e che all’epoca non avevamo ancora finito di pagare. Ho continuato a radermi dando le spalle allo specchio, senza staccare lo sguardo dalla firma di mio padre. Era tutta sbilenca, non ferma e sicura come sempre. Doveva averla fatta mentre il treno era in movimento, durante una fermata non sarebbe venuta così storta.

La maniglia ha traballato su e giù e qualcuno ha bussato. Anche se sulla porta campeggiava il segnale rosso tredi occupato, il tizio non mollava la presa. Poi, probabilmente spinto dall’incombenza fisiologica, ha sferrato un altro colpo, la porta si è aperta e lui è entrato. “Che diavolo combini?”, ha domandato seccato.
Avevo metà faccia piena di schiuma e impugnavo il rasoio, non c’era bisogno di rispondere. Ho sollevato il rasoio e l’ho passato sulla guancia. Il tizio non era né un controllore né il capotreno, e non doveva essere nemmeno un poliziotto in borghese. Indossava un giubbotto da aviatore americano. Io mi stavo solo facendo la barba nel bagno del treno…

Download (PDF, 5.99MB)

photo 2016 10 27 18 53 40 - pubblicato con prefazione di Mohammad Tolouei

pubblicato con prefazione di Mohammad Tolouei

pubblicato con prefazione di Mohammad Tolouei 344 522 logos

 

Il Grande Iran
Il Grande Iran

Il Grande Iran

Autore: Giuseppe Acconcia

Prefazione: Mohammad Tolouei

Exorma Edizioni

minima - La nuova letteratura iraniana

La nuova letteratura iraniana

La nuova letteratura iraniana 447 167 logos

Source: minima & moralia

TEHERAN — Anche senza le sanzioni, «ci vorranno almeno dieci anni per colmare i vuoti culturali, le resistenze del passato. Per riaprire le relazioni commerciali basta una firma. Ma la cultura deve sedimentare». Studiosa di semiotica, letteratura comparata e narrativa inglese, la giovane Farzaneh Doosti guarda con cautela alla svolta diplomatica tra l’Iran e la comunità internazionale.

teheran - La nuova letteratura iranianaSabato 17 gennaio l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha certificato che il governo di Hassan Rohani ha rispettato gli impegni sul programma nucleare assunti lo scorso luglio con il gruppo dei 5+1 (Usa, Cina, Francia, Germania, Russia e Regno Unito). L’Iran è un interlocutore affidabile, ha dichiarato il direttore generale dell’Agenzia, Yukya Amano. Subito dopo, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno cominciato a eliminare le sanzioni che gravano da anni sull’economia iraniana. Per la Repubblica islamica, ha sostenuto il presidente Rohani, si «apre un nuovo capitolo». A beneficiarne, sperano in molti, saranno anche gli scambi culturali.

«Oggi le relazioni culturali tra l’Iran e gli altri paesi non sono buone come vorremmo. Ma siamo sicuri che quando miglioreranno i rapporti diplomatici ne beneficeranno anche quelli culturali», racconta a pagina99 Davoud Moussaei, l’editore di Farangh Moaser, una casa editrice specializzata nella pubblicistica accademica e nella narrativa e saggistica francese. «Per ora», prosegue, gli editori stranieri mostrano scarso interesse verso l’Iran. È un vero peccato».

Farzaneh Doosti ha pensato di rimediare, insieme ad alcuni amici e colleghi. È la principale animatrice de “La nuova generazione degli scrittori persiani” (The New Generation of Persian Writers), «un gruppo di narratori senza peli sulla lingua, che amano la letteratura e si interrogano sulla propria identità», spiega a pagina99. Creata all’inizio dello scorso anno, “battezzata” alla Fiera internazionale del libro di Teheran (6-16 maggio 2015), l’associazione ha un obiettivo ambizioso: «far conoscere la letteratura persiana all’estero. Dopo decenni di isolamento e chiusure forzate, di stereotipi e percezioni errate, non è facile. Ma siamo giovani e convinti di ciò che facciamo».

Tra i sei autori che fanno parte de “La nuova generazione” c’è Mohammed Tolouei. Nato nel 1979 a Rasht, nell’Iran settentrionale, sulla costa del Mar Caspio, sguardo sveglio e pose da scrittore già navigato, alle spalle studi di cinema e drammaturgia, Tolouei è autore di sceneggiature, racconti e romanzi. L’ultimo è Anatomia della depressione, e «verrà pubblicata prima in Italia, e poi in Iran», racconta a pagina99. L’autore sa che nel nostro panorama editoriale il libro verrà accolto come una «specie esotica». Nonostante tutti gli sforzi, «la letteratura iraniana è pressoché sconosciuta agli italiani. Su questo, dobbiamo lavorare sodo. Ma la nostra generazione può riuscire nell’impresa».

Per farlo, Tolouei e i suoi colleghi ragionano, e scrivono, seguendo un’ottica globale. «Gli scrittori che ci hanno preceduto producevano letteratura “europea”. Influenzati dalla contrapposizione tra est e ovest, tra destra e sinistra, subivano una fascinazione quasi esclusiva per l’estetica di matrice francese», spiega. «Oggi invece guardiamo con interesse alla produzione culturale anglosassone. Il nostro sguardo è pienamente globale». Non si tratta di assecondare le aspettative del pubblico internazionale, né di abdicare alle proprie specificità, prosegue Tolouei. «Siamo influenzati da un’estetica internazionale che vale in Germania quanto in Italia, negli Stati Uniti come in Iran. Attingiamo a fonti comuni – riviste come il New Yorker e scrittori letti in tutto il mondo – ma ne siamo consapevoli».

Farzaneh Doosti sembra avere le idee ancora più chiare: «Dall’inizio degli anni Novanta la nostra società è stata investita da un processo di commercializzazione, siamo diventati oggetto e soggetto di consumo. Tutto questo ha avuto un riflesso in ambito letterario. Ci sono scrittori che vendono prodotti precotti, pensati e confezionati per il mercato estero. Noi conosciamo i rischi, ed evitiamo le scorciatoie». Un esempio? «Se scrivessi dell’amore che provo per mia madre, gli europei non se ne accorgerebbero. Se scrivessi che mia madre è morta nella prigione di Evin (la famigerata prigione “politica” di Teheran, ndr), riceverei recensioni entusiaste».

È la trappola degli stereotipi. L’Iran come il paese degli ayatollah, dei pasdaran, del fondamentalismo, della repressione governativa e delle donne sottomesse o ribelli. «Ne abbiamo davvero abbastanza di tutto questo», aggiunge Amirhossein Yazdanbod, un altro autore de “La nuova generazione”. Nato nel 1977 a Teheran, con Ritratto di un uomo incompleto, la sua prima raccolta di racconti, Yazdanbod si è aggiudicato importanti premi letterari, tra cui il Golshiri, una sorta di premio Strega. Nel suo ultimo romanzo, Balbuzie, ambientato tra Iran, Azerbaijan e Afghanistan, si interroga «sulle responsabilità e sulle interferenze dei paesi stranieri, sulle barriere create dall’ignoranza e dall’incomprensione reciproca». Un problema che vale nel rapporto tra l’Iran e l’Occidente, ma che riguarda anche l’ambito domestico. «Uno dei problemi del nostro paese è l’incomprensione tra generazioni. Tra padri e figli non ci capiamo. Oggi ancora meno di prima. Da qui nasce una sorta di circolarità. Anche in politica vige un continuo alternarsi tra ‘riformisti’ e ‘conservatori’, senza che ciò produca sviluppi politici significativi», precisa Yazdanbod.

L’autore di Balbuzie non si fa troppe illusioni. Sa che i tempi per il ritorno alla normalità saranno lunghi. E che le diffidenze reciproche sono dure a morire. Per il suo collega Tolouei il rapporto tra Iran e Occidente va letto in un’ottica più ampia: «È una questione sociale e culturale, prima ancora che politica. Il problema non è il nucleare, ma il rispetto reciproco. Gli europei non capiscono quanto sia importante per noi». Per molti iraniani, la  fine delle sanzioni è il primo segno di rispetto verso l’Iran, paese osteggiato e isolato dalla comunità internazionale.

Più scettico, in particolare sul “nuovo corso” di Hassan Rohani, il presidente che è riuscito a tirar fuori l’Iran dal vicolo cieco in cui l’aveva cacciato Ahmadinejad, è un altro giovane scrittore, Shahriar Vaghfipour. «Nei paesi come il nostro, spesso le aperture all’esterno si sono tradotte in forti chiusure interne. È troppo presto per giudicare cosa porterà l’accordo sul nucleare. Quel che è certo, ora, è che al governo c’è gente che non concederà niente, a meno che non sia costretta». Capelli lunghi da musicista rock, una casa zeppa di libri e mozziconi di sigarette avidamente consumate, un lavello su cui si ammucchiano piatti e bicchieri, Vaghfipour incarna con orgoglio il ruolo di “scrittore-contro”: «Agli occhi del pubblico e del governo sono immorale, troppo occidentalizzato. Scrivo di sesso, droga, contro-cultura, temi orribili per il regime. Ma me ne frego».

Nel 2005 Vaghfipour, che è anche autore di saggi su Lacan, ha pubblicato Il libro della dipendenza. Un romanzo che «ha fatto scandalo». «Basato su un’estetica surrealista, raccontavo un piano governativo per far fuori i tossicodipendenti, armando criminali e tossici. Prima è stato pubblicato, poi bandito. Ora c’è chi vorrebbe ripubblicarlo, ma al ministero dicono che non si può». I criteri dei censori sono imprevedibili, arbitrari. «Alcuni miei libri sono fermi al ministero da anni. Paradossalmente, dopo appena un anno è stata autorizzato Dopo l’inferno, una raccolta di poesie sull’amore in uno Stato totalitario». Gli stili della gelosia, l’ultimo libro di racconti, ha subito un bel repulisti. Il titolo modificato, la copertina parzialmente coperta da un adesivo che copre un’immagine giudicata troppo audace, interi racconti finiti nel cestino. «Hanno tagliato i contenuti più “politici”, come la storia su un colpo di stato dell’opposizione, e i brani sulle donne che fanno sesso fuori dal matrimonio. A Teheran si fa, ma non si può raccontare». Difficile prevedere la sorte del romanzo terminato pochi mesi fa, Stagione infernale sulla Highway 61. Già a partire dal tit0lo — un omaggio a Bob Dylan — Vaghfipour rivendica la contaminazione come cifra stilistica. «La struttura è frammentaria, ma nasconde una totalità di senso, come in John Fante», spiega a pagina99.

Quanto alla trama, «potrei dire che è un romanzo criminale kafkiano. Una rapina in banca che finisce male, uno scrittore-padre che scompare, una guerra spietata tra uomini e cani, dove i cani, armati dagli americani, sono simili ai fondamentalisti dello Stato islamico». In attesa dell’autorizzazione, il libro giace su qualche scrivania dell’Ershad, il ministero della Cultura e dell’orientamento islamico. Con l’accordo sul nucleare, l’Iran si è aperto al mondo esterno. Ma all’interno censure e ostacoli sono ancora in piedi. «Anche se passa il vaglio, lo sforbiciano di sicuro», nota Vaghfipour prima di accendersi una sigaretta.