01 Apr

Made in Denmark [Italian]

madeindenmark

Vivevamo in una casa dove le porte erano chiuse. La porta della veranda era chiusa. La porta dello studio era chiusa. La porta a due battenti dell’ingresso era chiusa, ci avevamo messo davanti il divano americano. La porta del bagno era chiusa. La porta della cantina era chiusa. La porta del cesso in cortile era chiusa. La porta del solaio era chiusa. In primavera, autunno e inverno la porta del soggiorno era chiusa, non c’era gasolio per riscaldarlo. Rimaneva aperta solo d’estate. In soggiorno c’era un tavolo da ping pong dove io e mia madre ci sfidavamo. Per farmi arrivare al tavolo mi faceva salire su una brandina e cercava di non fare colpi troppo difficili. Mia madre aveva vinto il campionato delle studentesse iraniane e impugnava la racchetta alla cinese. Io, invece, giocavo all’europea. Vivevamo in un mondo dove le persone erano fedeli a un’ideologia anche per impugnare una racchetta. E io, fin dall’inizio, stavo con l’occidente.

I nostri stili erano agli antipodi. Mia madre tirava basso e stretto, io lungo. A me riuscivano meglio i sidespin, a mia madre i topspin. Nonostante mia madre avesse collezionato tutte quelle coppe, vincevo sempre io. Merito dello stile, il glorioso stile occidentale. Ma se mia madre giocava a ping pong seguendo i metodi asiatici, mio padre covava l’idea di trasferirci tutti quanti in Danimarca, un paese occidentale che però prevedeva agevolazioni economiche, indennità di disoccupazione e sussidi per i figli proprio come se facesse parte del blocco socialista. E per convincere mia madre a partire, ogni giorno a casa chiudeva sempre più porte…

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13 Jan

‘Il Grande Iran’ released in Italy

Prefaced by Mohammad Tolouei, "Il Grande Iran" was released in Italy.

[fruitful_sep]Bellissimi in un posto magnifico. Featuring Luciana Littizzetto nella stanza affianco e un pubblico coi fiocchi. Il Grande Iran è sbarcato a Torino con Giacomo Longi, Mohammad Tolouei, Karim Metref, 15940931_1331598433577804_4816802947241827889_nJacopo Rosatelli.

 

 

Il Grande Iran è sbarcato a Torino

Giuseppe Acconcia racconta “Il Grande Iran”

di Elisabetta Gatto / Caffé di Giornalisti:

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Un reportage, un libro di storia politica e sociale e un focus sull’attualità politica iraniana: “Il Grande Iran”, l’ultimo libro di Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore specializzato in Medio Oriente, è tutti e tre insieme. Il titolo scelto fa riferimento al progetto dell’ex presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, del Grande Medio Oriente da realizzare esportando la democrazia. Progetto che si è rivelato fallimentare e ha prodotto esattamente il contrario: il rafforzamento di un Grande Iran, un paese che mai prima di allora aveva cercato di tradurre il suo modello fuori dai confini nazionali.
Il libro ripercorre 200 anni di storia dell’Iran e le due grandi rivoluzioni, quella che ha portato il paese dal sistema feudale a quello parlamentare e dalla monarchia alla Repubblica islamica.
Oggi l’Iran è un paese strategico”, spiega Acconcia. “È fondamentale per la soluzione del conflitto in Afghanistan, della guerra in Siria (al tavolo delle trattative sulla crisi siriana accanto ai capi delle diplomazie di Usa, Russia, Arabia Saudita e Turchia sedeva anche il ministro degli esteri iraniano) e, ovviamente, in Iraq.”

Alla presentazione al Circolo dei Lettori di Torino, sono intervenuti, insieme all’autore, l’educatore e giornalista algerino Karim Metref e lo scrittore iraniano Mohammad Tolouei, che ha curato la prefazione: è stata l’occasione per parlare di un Iran lontano dagli stereotipi che lo vogliono sempre ammantato da un’aura di mistero e al tempo stesso per cercare di comprenderlo consapevoli della sua complessità.
L’Iran è un’isola di persiani circondata sostanzialmente da arabi, di sciti circondata da sunniti”, inizia così Karim Metref per decostruire l’immagine stereotipata di un Oriente come un tutto omogeneo, dove tutti sono arabi e musulmani. “Come algerino, mi sono sentito più spaesato in Iraq che in Italia!”
E racconta di come negli anni Ottanta rispetto all’idea diffusa dell’Iran come di un paese conservatore e oscurantista si era sorpreso scoprendo, grazie al reportage di un bravo giornalista algerino, che le donne di Teheran erano più libere di quelle di Algeri, o che la produzione culturale , così come la vita politica erano più vivaci e ricche che in Algeria.

L’Iran è dunque una società di oppressione o ci sono margini di libertà? “Da un lato, il controllo da parte dello Stato è capillare”, commenta Acconcia. “Mi è capitato durante un viaggio da Damasco a Teheran di vedere fermarsi il treno perché i passeggeri potessero scendere e recarsi a pregare. Ma ci sono al contempo anche ampi spazi di libertà. La stesso fatto che la donna non possa comparire sul palcoscenico a teatro se non in presenza di un uomo è la dimostrazione che si trova sempre un modo per aggirare i divieti. Oppure il fatto che nei film, visto che la donna non si può mostrare se non velata, anche in spazi domestici dove abitualmente non è richiesto l’uso del velo, si escogita lo stratagemma di un gran freddo,  è la prova che nella quotidianità si riesce a superare ogni imposizione.”
Una società, dunque, che per le sue contraddizioni risulta complessa da decifrare. “Capire l’Iran”, ribatte  Mohammad Tolouei, “significa capire la compresenza di più forze una accanto all’altra, che a volte lavorano insieme, altre si separano.”
Viene citato, a mo’ di esempio, la recente morte dell’ex presidente Rafsanjani: perché al funerale di un uomo che aveva fama di essere un ‘conservatore pragmatico’, ma anche spregiudicato, che è stato uno dei leader della rivoluzione islamica del 1979 e un collaboratore del fondatore della Repubblica islamica, l’ayatollah Khomeini, sono accorse tante persone? Forse perché Rafsanjani è stato anche uno dei mediatori, senza scoprirsi, dell’accordo sul programma nucleare iraniano raggiunto a Vienna nel luglio del 2015 tra l’Iran e le grandi potenze mondiali? O forse perché, come scrive Acconcia, “in Iran tutto è il contrario di tutto”.

Paradossalmente, prosegue Tolouei, con i conservatori al governo ci sono più limitazioni sul piano dei diritti civili, ma sul fronte culturale – perché interessa meno – ci sono meno divieti; quando invece sono i riformisti al potere ci sono meno pressioni sulla società civile, ma meno libertà sul fronte culturale.
Tradizionalismo e progressismo hanno una doppia faccia. La stessa rivoluzione islamica di Khomeini non era ispirata dalla tradizione, al contrario era molto moderna, influenzata piuttosto dalla teoria marxista della rivoluzione permanente.

E allora la rivoluzione iraniana si può considerare un modello per i movimenti che hanno ispirato le primavere arabe?
“Le primavere arabe sono fallite”, chiarisce Acconcia. “In Siria Assad si è rafforzato, in Egitto sono aumentate le violazioni dei diritti umani. Quale ha avuto successo in Medioriente? La rivoluzione islamica del 1979. Anche se poi è stata tradita, perché le aspirazioni dal basso, le voci di donne, studenti, operai sono state messe a tacere da Khomeini. La società civile iraniana è sempre stata più progressista dello Stato.”

Gli Iraniani, come fa notare Tolouei, si ritengono diversi dalle altre popolazioni mediorientali, in un certo senso superiori, perché convinti di avere alle spalle una storia millenaria mai interrotta: “Ma è un’illusione storica! E fa sì che siano sempre in cerca di un nemico da combattere. Innanzitutto gli arabi, responsabili di aver introdotto l’islam nel paese. Ma lentamente si sta realizzando il passaggio dalla liberazione dall’illusione al connettersi finalmente al mondo.”

Pubblicato: 16 gennaio 2017